giovedì 10 luglio 2014

Il canto delle sirene

Stride e stona il canto delle sirene su Tel Aviv, attira nella trappola della vendetta perpetua. Mi fanno impressione le immagini di normalità interrotta, una città a me familiare, che ho abitato e dove vivono tuttora amici e parenti, una città che sarebbe modello di civiltà e progresso. Stona la contraddizione tra l’idea di democrazia, di libertà, di avanguardia dei diritti, vissuti dentro ad una bolla, un’illusione abitudinaria. Il sistema difensivo detto “cupola di ferro” che intercetta i razzi rende in questi giorni ancora più reale la gabbia. Stona il confronto tra senso di superiorità morale e sete di sangue così diffusa. Stridono le immagini di una città che si permette di ignorare l’agghiacciante suono d’allarme, mentre i razzi  di Hamas vengono apparentemente distrutti come moscerini da un sofisticato sistema difensivo (ma questo non li rende certo amichevoli) - e mentre immagini di distruzione di proporzioni imparagonabili arrivano da quella striscia di terra dove si comprimono due milioni di palestinesi. Stride la reazione di persone che tutto sommato non sono abituate allo stato d’allerta continuo, o per lo meno non sono consapevoli di viverci, ma il suono potente di una sirena, che si diffonde nell’aria, che sale e si abbassa di tono, portando il respiro a seguirne il ritmo angosciante, ha un impatto improvviso, che sveglia dal torpore, ma forse non risveglia le coscienze.

La sproporzione è la principale caratteristica di questo conflitto, non solo tra i potenziali militari, tra il numero di morti, tra le condizioni di vita, ma anche nelle reazioni umane violentissime. Frequentando pagine di notizie o post su Facebook di israeliani, si leggono commenti terrificanti per la loro violenza, che arrivano ad auspicare una “soluzione finale” in un cortocircuito storico che fa rabbrividire. La giustificazione prevalente è “loro ci vogliono tutti morti”, “capiscono solo la violenza”, “non c’è con chi parlare” e via via a degenerare, in una spirale infernale che non lascia scampo (ma il vero coraggio sarebbe innescare un circolo virtuoso nella direzione opposta!). La sproporzione risiede anche nell’informazione, lasciamo perdere quella israeliana (la stragrande maggioranza) dove si fa fatica a trovare traccia dei morti palestinesi, che vengono comunque presentati con tono dubitativo, ma anche in quella occidentale si presenta il conflitto in modo spesso troppo simmetrico (in qualche caso, si spera per ignoranza, si fa anche di peggio).

Le operazioni andranno avanti per qualche giorno, altre bombe, altri razzi, altra paura, altri morti (quasi tutti palestinesi). Poi si arriverà ad una forma di tregua per tornare allo status quo, che è l’unico reale obiettivo politico da parecchi anni a questa parte. Si rientrerà nella bolla e la vita riprenderà il suo corso, tranne per pochi cocciuti, testardi ed inguaribili “combattenti” della pace. Come si possa arrivare ad un cambio di consapevolezza generalizzato, che possa manifestarsi anche in un’elezione, resta tuttora un’utopia, alla quale però non è possible rinunciare, se vogliamo restare umani, se vogliamo sognare di aggiustare il mondo.

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