venerdì 26 settembre 2014

Un europeista convinto

C’è grossa crisi. La risposta è dentro di noi - e pero` è sbagliata (questa era la parola di Quelo).

Il dibattito sulla crisi propone argomentazioni che, in questa era post-ideologica, rappresentano in realtà una nuova forma di ideologia, a tratti fideistica e cieca, al servizio di nuovi idoli (la potremmo chiamare idologia forse?). In alcuni casi l’inganno è talmente sofisticato, che anche gli stessi seguaci a volte non si rendono conto di prestarsi ad interessi addirittura opposti a quello in cui credono. Ma cerco di essere meno oscuro...

Il “bene” e il “male”

Ci siamo abituati ad attribuire un valore morale al comportamento dei vari paesi, spesso con generalizzazioni pericolose.
L’Italia è un paese “cattivo” - pieno di vizi, i suoi politici se so’ magnati tutto, lo stato è inefficiente e noi cittadini siamo pigri e indolenti (cioè, almeno lo sono “gli altri”). Per questo motivo non ci sono alternative a manovre “lacrime e sangue” e soprattutto, vista inaffidabilità della classe politica, molto meglio ascoltare i consigli dell’Europa. Ormai questa predica comincia a mostrare le crepe perché le ricette europee hanno portato a risultati disastrosi ovunque siano state applicate. Ma la narrazione di fondo resta: “non ci facciamo dare ordini!“ (in teoria), MA è vero che “dobbiamo fare i compiti a casa” e QUINDI ci meritiamo una politica punitiva.
Certo nessuno può negare che la corruzione dilaghi, la connivenza con la criminalità pure. L’evasione fiscale è alle stelle e siamo tutti in parte complici, sia per i nostri comportamenti sia per aver votato i leader che ci hanno portato fin qui. L’analisi psico-sociologica dell’italiano medio è nota e mi sono prestato al gioco molte volte pure io – e quante occasioni durante tanti anni di Berlusconi! Questa macchietta di un’Italia-spaghetti-mandolino-mafia-politici-ladri viene tradotta automaticamente ed in modo semplicistico in politica economica, con la pretesa di guarirci da tutti i vizi, per cambiareverso, ma nel concreto senza toccare evasori, corrotti e mafie. Il distacco tra retorica e pratica politica sono evidenti, ma i discorsi pubblici continuano a martellare: se faremo le riforme e i conti torneranno, allora la Germania, che invece è brava, efficiente e virtuosa ci perdonerà e magari finalmente porterà i suoi capitali da noi, con il nuovo mirabolante mercato del lavoro flessibile et burocrazia et Stato snelli, che finalmente faranno rifiorire l’Europa.

Di fronte all'europeista moralizzatore c’è il suo alter ego, l’isolazionista anti-teutonico: la Germania è malvagia e ha trovato un modo molto più raffinato e subdolo per conquistare il mondo e far soffrire le razze inferiori. Dobbiamo sganciarci, rimettere le barriere, soprattutto non far entrare quei delinquenti clandestini, che sono il vero motivo per cui non c’è lavoro! (una logica interessante, forse la razza migliore è quella intermedia, tra i ladri stupratori neri del sud e i nazisti biondi del nord...) – anche se non metto virgolette o corsivi, è chiara l’ironia vero?!

È giusto ed importante giudicare quello che sta succedendo in Europa, ma spesso lo si fa mossi da pregiudizi e idologie, mentre è necessario identificare la vera fonte dei problemi e distinguere le proposte che ci sono in campo dai loro obiettivi reali, la loro applicazione concreta e la loro praticabilità, prima di stupirsi quando o non vengono mai attuate o non funzionano affatto.

L’attore protagonista, non potrebbe essere altrimenti, è il capitalismo, in varie sue sfumature, che presentano però differenze significative (vanno dal nero pece, al bianco accecante, al rosso sbiadito). La sua vittoria è assicurata, contrariamente a quanto ci potremmo essere illusi con lo scoppiare della crisi.
Non siamo ancora pronti (se mai lo saremo, cambiare mentalità non è facile) ne’ per la rivoluzione, ne’ per il ribaltamento di tutti i paradigmi di sviluppo, ne’ per la decrescita felice (che viene fraintesa con quello che sta accadendo adesso, niente di più sbagliato, la decrescita all'interno di un modello fatto per la crescita non ha effetti che rallegrino molto – ma questo è un altro discorso). Il PIL è un indicatore criticabile assieme a tutto il capitalismo, ma fa parte del pacchetto. Quindi, mentre cerchiamo di realizzare nelle varie comunità, vie, quartieri, cittadine, importantissimi esperimenti economico-sociali alternativi, ci converrebbe non estraniarci del tutto, ma tentare di far valere i residui spazi di democrazia che ancora ci sono, prima che spariscano definitivamente. Per lo meno cercare di far funzionare questo capitalismo in un modo non così degenere e perverso, prima di venirne definitivamente sopraffatti.

Un messaggio che sentiamo dire molto spesso è: “avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità!”, indirizzato ad un intero sistema-paese, normalmente per riferirsi ai debiti pubblici.
Ma alla base del capitalismo c’è il debito, che quindi di per se’ non è “brutto” o “cattivo”, visto che è uno dei meccanismi che ne permette il funzionamento. Al massimo è un debito sostenibile o insostenibile. Il debito pubblico, in particolare in questi ultimi anni, è diventato il simbolo dello stato “ladro e sprecone”. La critica allo spreco (o al consumismo in generale) è una lotta nobile, ma quando proviene da istituzioni finanziarie e si rivolge agli stati, per diminuirne la presenza “burocratica” nella vita dei cittadini (ma soprattutto dei mercati), suona per lo meno sospetta. E come vi spiegherò a breve, la crisi che stiamo attraversando ha pochissimo a che vedere con i debiti pubblici.

Un mio carissimo amico è molto sensibile al messaggio di rigore ed austerità. E in questo senso è un esempio vivente di moderazione e sobrietà, pur essendo una delle persone più calorose che conosca. Abbiamo discusso di questi argomenti e lui è convintamente a favore del rigore e del pareggio di bilancio. Vivendo fuori dalla città ha assistito per anni agli effetti nefasti della speculazione edilizia e della cementificazione delle sue valli, alla ricerca di profitti facili, realizzati in combutta con le amministrazioni locali, utilizzando sempre i soldi degli “altri”. La sua critica poi si estendeva anche ai modi di vivere dei singoli individui, poco attenti al consumo delle risorse.
Gli voglio molto bene e la sua battaglia ai miei occhi è nobile e ammirevole (anzi, non mi sento nemmeno all'altezza, perché sono sicuramente molto più compromesso), ma purtroppo temo che ci sia un grande equivoco tra il suo pensiero e quello che le politiche di austerità vogliono in realtà ottenere.
Perché purtroppo, l’eventuale successo di un piano che renda frugali gli italiani (o i greci o gli spagnoli) sarebbe un puro effetto collaterale all'interno di un disegno lontanissimo dall'idea di giustizia sociale e di moderazione nel consumo delle risorse terrestri, ma anzi parte di un progetto capitalistico della peggior specie, ovvero la massimizzazione dei profitti per pochi fortunati beneficiari, ai danni di una massa impoverita.
Il liberismo contiene un’interessante nozione di libertà, sempre intesa per il capitale e non per le persone, mentre restano gli illusori spazi democratici, che servono a poco se poi lo Stato non presidia la dignità dei cittadini, ma invece tutela lo stesso capitale.
È in questo contesto che va rivista la discussione, oltre che sulla crisi in generale, sulla moneta unica. Tento di affrontarla qui di seguito, con le mie modeste basi economiche, ma dopo una attenta lettura di ragionamenti fatti da economisti di riconosciuto valore (la fonte principale è il blog di Alberto Bagnai, che a sua volta, per sua stessa ammissione, nella maggior parte dei casi fa il divulgatore di opinioni, idee e teorie note, riprendendo molte fonti prestigiose a livello accademico come Krugman, Stiglitz, tanto per citare due nomi in voga e in vita). 

Le utopie 

Sono belle le utopie, credo siano un potente carburante che dovrebbe spingere la politica ad avere una visione, un amor cortese verso l’irraggiungibile meta, l’attesa per un messia che non arriva mai, ma che ci obbliga a migliorare il mondo. Non mi oppongo, quindi, all'idea di Stati Uniti d’Europa (la meno utopica), un’Europa dei popoli, o addirittura il sogno di un’Europa unica nazione. Ma credo nell’utilità dell’utopia come eccipiente, non come principio attivo, come cura omeopatica ad alta diluzione, non come cura sintomatica ad azione rapida. I piani devono restare distinti (anche se sono convinto debbano coesistere) e soprattutto il messaggio ideale va maneggiato con cura.
Cerco di spiegarmi meglio.
È il rischio che si corre quando si lanciano slogan come “più Europa!”, accompagnati dai propositi di padri nobili - molto bene, ma se non si cerca di trovare una più chiara agenda, o “road map” (oltre ovviamente ad un consenso sufficiente a perseguirla), resteranno solo quelle belle parole ad accompagnarci nel precipizio. Alcuni le sostengono ingenuamente, altri cinicamente, perché funzionali ad un disegno che di solidale ha molto poco. Il paradosso sta nel fatto che si spacciano per concrete delle soluzioni impraticabili o fallimentari da anni, viceversa si bollano come inutilmente radicali, irrealizzabili se non addirittura catastrofiche, delle proposte con molte più fondamenta nella realtà.
Riguardo all’Europa poi c’è chi sostiene che l’idea di un’unica grande nazione sia completamente antistorica, e che il mondo vada verso la frammentazione e non l’unificazione, senza che questo necessariamente voglia dire nazionalismo e guerra. Ma possiamo anche ipotizzare di voler ribaltare, almeno in parte, questa tendenza. Ma chi è realmente a volerlo?

La “realtà” 

Qual è la realtà, in Europa? Da ormai diversi anni, ben prima della crisi, le disuguaglianze nei paesi occidentali sono in aumento, in quelli “virtuosi” come in quelli “viziosi”. Dopo i massacri delle guerre mondiali e un successivo periodo nel quale la parola riforma aveva un senso, dalla fine degli anni ‘70 siamo entrati nella spirale iper-liberista o turbo-capitalistica che ci ha portato fin qui (senza approfondire, segnalo due fatti italiani molto significativi proprio di quegli anni, che forse acquisiranno un significato nel prosieguo del discorso: 1) L’adesione dell’Italia allo SME, Sistema Monetario Europeo, la prova generale di euro; 2) Il divorzio tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro, cioè il ministero non aveva più il diretto controllo dell’emissione di moneta da parte della Banca Centrale).
Con linguaggio marxiano si potrebbe dire che è in corso una lotta di classe, agita però dall’alto verso il basso - il capitale si concentra sempre di più, si sposta verso la finanza, abbandona l’economia reale, i salari, lo stato sociale. L’impatto sulla società lo percepiamo e ne discutiamo da tempo: masse sempre più impoverite, piccole enclave di ricchezza che migliorano la loro condizione, disgregazione sociale, aumento dell’intolleranza e paura del diverso, quindi di nazionalismi, xenofobia e razzismo. Tutto questo a capovolgere invece una tendenza che, escludendo le due grandi guerre, ha portato ad un costante miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle persone, con diritti sempre crescenti, soprattutto nel secondo dopoguerra, fino, come detto, agli anni ’70.
La crisi, in questo progetto economico, si sta rivelando un’opportunità per proseguire nella demolizione del tessuto sociale e dei diritti, con l’ottima scusa che non ci sono alternative e sono necessari sacrifici, mentre purtroppo ci eravamo illusi del contrario.
L’integrazione europea avrebbe potuto (e dovuto) essere un argine a queste politiche, se non fosse avvenuto invece l’opposto: a dominare i processi di unificazione sono state le questioni economico-finanziarie, che hanno via via indicato la strada alle riforme politiche necessarie ai capitali per circolare più liberamente e trovare profitti maggiori.

La Germania 

Per tanti motivi la storia tedesca ha un ruolo centrale nella costruzione europea e della moneta unica. Un paese votato all’espiazione dopo gli orrendi crimini del nazismo, una volta rimessosi in piedi è diventato protagonista dell’integrazione comunitaria, è da supporre con molte buone intenzioni e con l’intento di scongiurare tragedie come le due guerre mondiali. Non intendo fare qui una ricostruzione accurata della nascita dell’Europa, dei trattati, delle date e degli accordi. Mi limito a porre l’attenzione su alcuni fatti rilevanti rispetto all’argomento di cui discuto. La Germania ha senz'altro messo in moto il suo potente motore, la sua capacita` organizzativa, la sua etica del lavoro, e ha saputo costruire un impero industriale efficiente e produttivo. Nel corso degli anni dopo la grande ricostruzione è riemersa una tendenza storicamente caratteristica della Germania, ovvero quella che in economia si chiama mercantilismo monetario.
Un paese è mercantilista quando vuole arricchirsi puntando sulle esportazioni e reprimendo il proprio mercato interno. Questo conviene perché in questo modo si possono pagare poco i propri lavoratori: non è necessario che possano acquistare ciò che producono – per dirla in termini fordisti – e così facendo i profitti aumentano notevolmente. Per farlo è necessario avere merci appetibili da vendere (all'estero), e questa è la famosa e indubbia virtù tedesca. Ma di per se’ questa formula non è sostenibile a lungo, a meno che non si verifichino particolari condizioni favorevoli.

La “scienza” 

L’economia, nonostante si occupi di tutte le attività umane, soggette quindi a casualità ed arbitrarietà, ha basi scientifiche solide. Anzi, di più, molto spesso l’uomo agisce in funzione di ciò che ritiene un dato di fatto fornitogli dalla scienza economica, col meccanismo della profezia che si auto-avvera. Purtroppo a volte alcune teorie hanno maggiore o minore fortuna in base al buon marketing (o ad interessi che le rendono convenienti per alcuni – e questi alcuni sono guarda caso élite economiche potenti, non certo gli ultimi ed umili).


Esistono però leggi fondamentali. Una di queste è la legge della domanda e dell’offerta, che ha molte postille e corollari, ma che fondamentalmente afferma che quanto più un bene è richiesto (aumento della domanda), tanto più il suo prezzo aumenterà. La spiegazione è intuitiva: se la merce che vendo è molto richiesta, mi posso permettere di aumentarne un po’ il prezzo continuando ad aumentare i miei ricavi, fino ad un punto di equilibrio.

Tornando al mercantilismo tedesco, qual è il problema che si presenta a chi vuole vendere tanti beni belli, di qualità, richiesti da tutti? Principalmente riuscire a tenere il prezzo basso.
In un mondo con valute nazionali diverse, il prezzo di un bene estero si compone del prezzo nella sua valuta nazionale e del prezzo della valuta (cioè il tasso di cambio). In particolare a partire dalla fine degli anni 70, dopo le crisi energetiche e con la diffusione del liberismo, la Germania ha sempre tentato di tenere sotto controllo i prezzi (con politiche di contenimento dei salari), ma inevitabilmente la grande domanda di beni e quindi anche di valuta tedesca - per la legge di cui sopra - faceva aumentare il prezzo del marco, che infatti è stato in continua “rivalutazione”, ogni qualvolta ai cambi veniva concesso di fluttuare.
Se avete capito il discorso che ho appena fatto, dovrebbe essere chiaro perché in Europa, la moneta unica presentava vantaggi notevoli per la Germania. Eliminato il “problema” del marco troppo forte, era sufficiente tenere i prezzi bassi per arricchire il paese secondo il paradigma mercantilista - e così è stato - e con l’euro gli ottimi prodotti tedeschi hanno potuto invadere il mercato europeo, producendo l’enorme surplus dell’economia tedesca.
Cosa c’è di male? Quali danni produce questo atteggiamento commerciale competitivo?
Se la Germania vuole vendere, qualcuno deve comprare e l’Europa ha comprato eccome. L’euro ha improvvisamente dato una valuta forte come quella tedesca a tutti i paesi periferici. Volkswagen, Mercedes, perfino Porsche, sono diventate “abbordabili” per molti (vi ricordate la mania delle Porsche Cayenne?). Quanta carne tedesca, latte tedesco, prodotti tedeschi trovate al supermercato?  E chi non se li poteva proprio permettere poteva accedere facilmente ai finanziamenti necessari. E chi è stato tra i maggiori prestatori di capitali di quegli anni? Guarda un po’, proprio la Germania con i suoi istituti. Quindi le banche tedesche prestavano soldi all’Italia, affinché comprasse i prodotti tedeschi, guadagnandoci due volte: con i profitti sulle vendite e con gli interessi sui prestiti (e attenzione, anche se siete convinti di aver usufruito di credito da parte di una finanziaria italiana, nella maggior parte dei casi la fonte del prestito era una banca del nord europa). Ma le banche tedesche non hanno prestato solo a chi comprava auto, hanno anche supportato operazioni immobiliari, in Europa e purtroppo anche negli Stati Uniti, finanziando i tristemente noti mutui subprime.
Questo è il grande mito della locomotiva tedesca.

La spirale di rischio e spregiudicatezza ha portato il sistema al collasso a partire dal 2007-2008. Le banche tedesche si sono ritrovate piene di crediti inesigibili e hanno deciso di chiudere i rubinetti, anzi, hanno cominciato a reclamare i loro crediti. Italia, Grecia, ma prima ancora Irlanda e Spagna si sono ritrovati con enormi debiti privati esteri da saldare (e non debiti pubblici!)  e le banche di quei paesi sono andate in crisi. Sono allora intervenuti gli stati con operazioni di salvataggio e solo allora i debiti da privati sono diventati pubblici. A quel punto i bilanci pubblici hanno ulteriormente allarmato gli investitori, chi doveva speculare ha speculato, i capitali sono fuggiti e i tassi di rendimento dei titoli sono schizzati verso l’alto (è il normale meccanismo con il quale gli stati tirano la corda per tentare di trattenere i capitali attirandoli con maggiori rendimenti, ed ha creato una nuova star, lo spread).
E poi? E poi è arrivato Monti, che aveva come obiettivo il miglioramento dei conti esteri, insomma, saldare i debiti con i creditori che bussavano all’uscio. E come si potevano mettere a posto i conti? Prima di tutto con una spremuta fiscale per raccogliere il possibile prima che fosse troppo tardi. E poi con la ricetta tedesca: distruggendo il mercato interno (l’ha detto lui stesso! vedi qui sotto), diminuendo quindi anche le importazioni e l’indebitamento con l’estero. E ha funzionato! Ma a quale prezzo?




I governi Schröder (1998-2005, che tra l’altro fu il primo leader tedesco nel dopoguerra a riportare in auge pubblicamente “l’interesse nazionale”, argomento tabù in precedenza) aveva avviato una serie di riforme radicali del mercato del lavoro (il cosiddetto piano Hartz), per introdurvi maggiore flessibilità, con l’introduzione dei minijob e altri contratti anomali. Quando queste riforme sono entrate in vigore (nel 2004) la disoccupazione tedesca era superiore al 10%. Il risultato di tutto ciò è stato una netta diminuzione dei salari reali dei lavoratori tedeschi, messi in competizione tra loro e ricattati con la minaccia di esternalizzare il lavoro.
Ma come? E l’operaio Volkswagen che guadagna così bene?
È vero che esiste un gruppo di lavoratori privilegiati, con stipendi storicamente alti, ma ad essi ormai si sono affiancati tantissimi precari a bassissima paga, fruitori di minijob, in un vero e proprio mercato duale del lavoro (come denunciato nettamente dall’ultimo rapporto sulla giustizia sociale in Europa da parte dell’istituto Bertelsmann). La Germania non è così bella come la si dipinge, e ormai a dirlo sono anche autorevoli testate tedesche.

Eppure ora, a gran voce, quello è il modello a cui ci dovremmo ispirare, con le riforme del lavoro che hanno come primo obiettivo quello di ridurre i salari (anche se vengono "vendute" con altre motivazioni).
Ma la Germania del 2004, pur con la sua alta disoccupazione, era un paese che si poteva permettere quel genere di riforme (che restano comunque inique e che hanno contribuito ad aumentare le disuguaglianze nel paese e gli squilibri europei). L’Italia del 2014 non potrebbe proprio sostenerle, viste le condizioni del mercato del lavoro e dell'economia in generale.
Che questo sia il grande “disegno”, ce lo ricorda anche la lettera di JP Morgan, che condannava il “socialismo” delle costituzioni e la tutela dei lavoratori dei paesi del sud Europa, come ostacolo allo sviluppo della libera impresa.

Ecco, il punto è proprio questo: il mercato unico, euro-munito, doveva essere un grande sbocco per le economie europee, che solidalmente avrebbero potuto aiutarsi l’un l’altra. L’atteggiamento tedesco (ma anche di altri paesi forti del nord) invece è stato senza dubbio competitivo “noi siamo bravi e forti e ve lo mostriamo, ora dovete venirci dietro se ci riuscite” (questo Krugman lo rimarca con chiarezza). La Banca Centrale Europea purtroppo è una diretta emanazione della Bundesbank e delle politiche di austerità, quindi non ha mai agito per impedire il deterioramento a cui abbiamo assistito ed ora suggerisce timidamente ricette inefficaci. Non ha senso attribuire un giudizio morale e additare la “cattiveria” della Germania, a meno che non si voglia fare una critica del capitalismo tout court. La Germania come monolito economico non esiste, è un paese pieno di virtù, di buoni esempi, di cultura. È possibile invece dare un giudizio politico e allora si`, la critica alla costruzione dell’euro ed alla sua implementazione sicuramente è negativa per quanto riguarda le élite tedesche, che hanno imposto una deliberata violazione dei trattati, che prevedrebbero il coordinamento delle politiche – hanno quindi imposto competizione invece di collaborazione. E ora dicono anche che la colpa è del pigro Sud, secondo la fiaba della cicala e della formica.
Ma anche le classi politiche dei paesi periferici hanno la colpa di aver fatto credere che la scelta dell’euro fosse un grande vantaggio e il simbolo di un Europa comunitaria e solidale, unita contro i nazionalismi.
E invece? Abbiamo già spiegato la spirale debitoria che è stata innescata e l’integrazione e la solidarietà, se mai ci sono state, si stanno sgretolando con l’emergere sempre più massiccio proprio dei nazionalismi. Marine Le Pen è potenziale presidente della Francia, i partiti di estrema destra guadagnano consensi ovunque.

Le soluzioni 

Che fare allora?
Lasciamo perdere Salvini, Le Pen e le albe dorate. Lasciamo anche perdere il M5S o Farage.
Se ascoltiamo la voce di  alcuni economisti importanti, esperti di economia internazionale (magari quelli con le lauree vere e forse pure qualche Nobel), le alternative sono limitate e urgentissime, anzi, forse non ci sono alternative, perché ormai abbiamo raggiunto uno stato di squilibrio irrecuperabile.
Nessun pugno sul tavolo, minaccia velata, richiesta ferma, suggerimento caloroso, consiglio da amico, allusione ammiccata sembra possa avere effetto sulle politiche economiche del nord. E quindi, se dicono di no?
Sentirete dire da parte di qualcuno tra i più “progressisti” che dobbiamo spendere soldi pubblici, aumentando il deficit e violando il temutissimo fiscal compact e così faremmo ripartire l’economia, o da parte di più moderati la richiesta che la BCE "stampi moneta". Ebbene, un po' di respiro lo si darebbe, un effetto moderato sulla disoccupazione pure, col risultato però soprattutto di rilanciare le importazioni! La Germania, che ora è in affanno, ci ringrazierebbe, mentre la produzione italiana resterebbe senza sbocco e senza competitività e si rientrerebbe nella spirale del debito estero.

E allora? Non staro` mica dicendo... ma no dai... non è possibile! Macché veramente? Uscire dall’euro? Ma non era una cosa di destra, nazionalista, foriera di guerra?
Al momento sembra molto più foriero di guerra il clima europeo che si respira grazie alle ricette della troika, che stanno annientando diritti (e anche vite) faticosamente conquistati in anni di lotte.

Ma uscire dall’euro cosa risolve?
Rimette in moto un meccanismo difensivo molto elementare, guidato dalla legge della domanda e dell’offerta.
Con l’euro se la Germania reprime i salari, l’Italia è costretta a seguire. Con valute diverse, se la Germania reprime i salari e rende i suoi prodotti competitivi, la sua moneta si apprezzerà e allora dovrà reprimere i salari ancor di più per riguadagnare competitività. Questa spirale perversa resta all’interno dei suoi confini e può decidere se continuare a subirne le conseguenze sul piano sociale, senza obbligare a fare altrettanto negli altri paesi.

Ma uscire dall’euro non faceva fallire tutte le banche? Non provocava il default? Non produceva un’iperinflazione da spesa con la carriola?
È certamente una mossa molto complessa, da eseguire con accortezza, sicuramente non facendo un referendum. I grandi capitali sono già scappati, i piccoli andrebbero limitati al momento del passaggio per evitare la corsa agli sportelli. Default: i titoli verrebbero ridenominati in lire invece che in euro, quindi chiaramente un creditore estero potrebbe vederne perdere il valore con la svalutazione - sono rischi di investimento (e anche un motivo per cui probabilmente non permetterebbero una svalutazione esagerata della nuova lira).
Spesa con la carriola: questo è il messaggio di terrore più diffuso, ma in realtà è completamente destituito di fondamento. I prezzi non hanno in nessun modo un rapporto 1 a 1 con la svalutazione. Le materie prime incidono solo su una parte del prezzo. Vero, potrebbe essere un incentivo alla filiera corta, il che forse non è proprio un male. Vero, aumenterebbe l'inflazione, cosa al momento anche auspicabile.

Allora uscire dall’euro risolve tutto?
Certo che no! Ma una volta fuori si possono affrontare seriamente i problemi del paese, che esistono eccome: la corruzione, l’evasione, le mafie, gli sprechi, le inefficienze.
Ah, ma allora cosa cambia? Con i politici che ci ritroviamo... tanto vale restare!
Eh no, perché senza l’euro i politici si dovranno prendere più responsabilità, sara` molto più difficile dire “ce lo chiede l’europa!”.
Oltretutto studi autorevoli mostrano come la moneta unica abbia disincentivato i governi periferici a fare riforme per migliorare l’efficienza dello stato, visto che per molti anni hanno potuto godere di soldi a basso interesse. E in più il mantra delle privatizzazioni dei servizi ha generato una miriade di società private o semi-pubbliche concessionarie dello stato, ottima fonte di mazzette e tangenti e Batman.
Insomma, l’euro doveva moralizzare e invece forse ha pure dato una spintarella di incoraggiamento alla nostra amata indole italica.

Però ci sono paesi senza euro come il Regno Unito, che magari stanno meglio, però le disuguaglianze...
È da ripetere con forza – uscire dall’euro non risolve tutto. È importante che poi la democrazia funzioni bene, che si possa selezionare una classe politica migliore, che poi dovrà prendere decisioni che potranno essere pienamente di destra o di sinistra, se accettiamo il rischio. La tendenza degli ultimi quasi 40 anni è quella di aumentare le disuguaglianze, aumentare i profitti, spostare il reddito dal lavoro e dallo stato sociale al capitale fine a se’ stesso. Si potrebbe invertire? Se a qualcuno è concesso di fare delle scelte, forse si. Se si tengono in piedi vincoli esterni, come quello dovuto all’euro (oppure come il minaccioso TTIP, ma quello è un altro capitolo), gli spazi di manovra e la democrazia stessa hanno pochissimi margini.
Non dico che possiamo ribaltare il capitalismo, pensare seriamente di cambiare modello di sviluppo, introdurre un’idea di evoluzione, invece che di crescita. Probabilmente non siamo pronti, ma non lo saremo mai se continuiamo in un percorso che va in direzione opposta.

Ma allora l’Europa è finita?
Guardatevi attorno, non ci sono frontiere, è vero, ma a livello politico l’Europa non è stata mai così divisa, dal dopoguerra ad oggi. Come tutte le teorie economiche (e Meade e Kaldor e Stiglitz e Krugman e...) dimostrano, prima si fa l’unione politica, poi si fa la moneta. Il viceversa fallisce e può condurre alla catastrofe. Forse anche i più irriducibili stanno cominciando a capire che il sogno europeo va fatto ripartire su basi più logiche e anche pacifiche di quanto non siano quelle attuali, certo con una revisione dei trattati, ma finalmente coordinandosi (proteggendosi col cambio ad ogni “errore”, rilevando gli squilibri e correggendoli). Se la volontà politica ci fosse già, oggi non saremmo a discutere così tanto di cosa fa la Germania, perché farebbe la cosa giusta.

Non è un desiderio patriottico, non è una rivendicazione in nome della bandiera, non è la voglia di tenere fuori lo straniero, non è il campanilismo, non è la passione per la numismatica... – è solo la banale aspirazione a che venga ogni tanto messa in secondo piano il profitto rispetto alla dignità degli uomini e della democrazia.